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COS'È IL CLAN

Si sono viste biciclette lasciarsi morire sulla tomba del padrone. Man sah Fahrräder, die sich auf dem Grab des Besitzers sterben liessen. On a vu des vélos se laisser mourir sur le tombeau du maître.

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mercoledì 22 aprile 2015

4 APRILE 2015 > RONDE VAN VLAANDEREN CYCLO



























Da qualche anno condivido con Alessandro l’amore per le classiche del nord e quest’anno, dopo l’esperienza della Parigi – Roubaix Cyclo del 2014, siamo riusciti a contagiare Simone che ha voluto accompagnarci a Bruges. Molti appassionati hanno già corso la Ronde, altri non ci pensano nemmeno a provarci, altri ancora aspettano per rifarla o per farla per la prima volta il ritorno nel percorso del "Muur", il muro di Grammont, sulle cui pietre Cancellara nel 2010 mise il turbo per fiaccare Tom Boonen).
Decidiamo di partire la mattina di giovedì 2, per poter visitare il venerdì Bruges (paragonabile per la bellezza e la ricchezza dei musei e delle chiese, ma con le dovute proporzioni, a Firenze o Venezia).


































































Le previsioni dicono che cadrà qualche goccia solo il mattino del giorno della gara e che la temperatura si assesterà intorno agli 8-9 gradi. 
Ho sempre avuto un debole per la componentistica ciclistica e come feci nel resoconto della Roubaix del 2014, vorrei descrivere con che bici ho corso.
Nelle Fiandre ci sono andato con la mia Scapin Epta, un telaio in acciaio che dovrebbe stare in un museo della bicicletta. Monta trasmissione e i freni Sram Red, impreziositi da una guarnitura Extralite E-Bones QRC, corone Extralite 50/34 color bronzo, stem e manubrio Cinelli in carbonio, reggisella Thomson Elite e sella Selle Italia Storika (la stessa utilizzata per la Roubaix, perché quella in carbonio che di solito ho su questa bici non mi sembrava  adatta al percorso). Per quanto riguarda le ruote, ne ho fatto assemblare un paio un po’ “estremo”, con mozzi Tune con 16 fori avanti e 20 dietro, raggi Pillar, attorno a cerchi in carbonio alti 38 mm e larghi 25, affinché i tubolari Veloflex Arenberg da 25 vi alloggiassero al meglio. Insomma tanta sostanza. Portaborraccia Tune. Peso della bici (ricordo in acciaio) poco sopra i 7 kg.



Chiusa la parentesi tecnica.
Bram, il padrone della bella casa che abbiamo affittato a Bruges, 38 anni come Sven Nys mi dirà (non potevo non fargli domande sul ciclocross), ha corso diverse edizioni della Ronde e anche quest’anno sarà al via. Ci dà molti suggerimenti e soprattutto abbiamo subito la percezione che ci troviamo in un luogo in cui il ciclismo è una religione, come il calcio in Brasile e il ragù a Napoli.
Chi è stato da quelle parti sa che la birra è la seconda religione fiamminga dopo il ciclismo e forse ancora più praticata.
Sabato mattina verso le 6, dopo la colazione, a base di porridge rigorosamente bio (così alimento qualche maldicenza in più), abbiamo la certezza che le previsioni erano sballate, fuori pioviggina sì, ma fa anche molto più freddo del previsto, siamo poco sopra i 2 gradi. Simone opta per due maglie intime e per una maglia misto lana, mentre io e Alessandro non abbiamo che da indossare sopra l’intimo la Gabba di Castelli, antivento e antipioggia, ovvimente coi manicotti, ma adatta per temperature più miti. Io e Simone vestiamo entrambi il pantaloncino corto invernale e il cappellino di cotone. Nessuno di noi ha i guanti in neoprene (che ingenui), tutti e tre le ghette (antipioggia?) e degli striminziti giacchini antipioggia di quelli che da noi d’estate si mettono per scupolo in una delle tasche posteriori. Va detto che generalmente quando piove è meglio non vestirsi troppo ma se fa freddo potrebbe essere un errore.
Comunque usciamo di casa per essere nella piazza di Bruges alle 6:30 dove arriviamo sotto un leggera pioggerellina e troviamo già in posizione molti ciclisti che faranno il percorso di 240 km. 






























Le lingue diverse risuonano, si sente insiene al tedesco, l’inglese e il francese, anche l’italiano, ma soprattutto il fiammingo. La piazza è di una bellezza unica, coi ciclisti sotto la leggera pioggia è ancora più bella, anche se ai piedi la alta torre si alza il brutto palco su cui l’indomani saranno presentati i protagonisti della gara dei professionisti.  Alle 7 in punto, quando è ancora buio, risuona il colpo di pistola e via, si parte. Bram, il giorno prima, dopo l’elogio della mia bici (altre maldicenze…, del resto lui ha corso con una De Rosa Titanio Solo, quindi è uno che ne sa…), ci aveva raccomandato di partire forte per arrivare il prima possibile all’appuntamento coi muri.
Alessandro parte a tutta, io e Simone ci inseriamo in un gruppo che viaggia intorno ai 35 orari, proviamo a risalire aumentndo la velocità, ma non riusciremo a riprendere Alessandro che al primo ristoro dopo 49 km. Intanto la pioggia da leggera alla partenza si è trasformata in vero acquazzone infame e Alessandro lo troviamo ad attentderci già tremante. A peggiorare le nostre condizioni ci ha pensato l’organizzazione, niente tè o bevande calde ai ristori, solo tank con una miscela orrenda di acqua e sali minerali. Per fortuna ci sono le goffres.
Secondo ristoro al 99 km, siamo completamente bagnati e io e Alessandro tremiamo per il freddo, mentre Simone sembra proprio a suo agio. Riusciamo a chiedere agli addetti ai soccorsi dei guanti di plastica da mettere sotto i nostri invernali che ci salveranno in parte dal disatro. Al 100 km però, prendo coscienza di essere, se non il più preparato dei tre, il più maturo e “impongo” una sosta in un bar, dove beviamo tè davanti a una stufa presso la quale ci spogliano e proviamo ad asciugare gli indumenti. Fuori ci sono 3 gradi. La fermata si protrarrà per una quarantina di minuti ma se non avessimo deciso di farla avremmo probabilmente abbandonato. Tutti voi avete vissuto quei momenti in cui si è sul punto di mollare, di dire “chi me lo ha fatto fare?” e conoscete anche la caparbietà che anima i ciclisti, che li convince a proseguire e superare le avversità, così come il piacere che ci invade come una droga quando si riesce a portare a termine un proposito a lungo desiderato.
Usciamo dal bar, stiamo meglio e anche il cielo è cambiato, resta grigio ma non piove più. Abbiamo freddo ma sappiamo che dopo i primi chilometri passerà.
Ci attendono finalmente i muri del Fiandre.



























Mi soffermerò sue tre solamente.
Il Koppenberg per il punto in cui si trova nella corsa rappresenta l’equivalente della Foresta di Arenberg alla Roubaix. È una strada in pavè con pendenze che arrivano al 22% e con pietre che non mi aspettavo di trovare così aguzze (caratteristica che sarà confermata da altri tratti). Purtroppo il desiderio di farlo tutto in sella è stato deluso. Lo prendiamo a tutta ma la pioggia l’ha reso fangoso e sembra di essere a una di quelle prove di Giochi senza frontiere che i meno giovani di noi ricondano sicuramente. I ciclisti ti scivolano davanti, a poche spanne dalla tua ruota e non puoi che mettere i piedi a terra. Solo Alessandro proverà a resistere ma sarà disarcionato dalla sua stessa bici che se ne andrà per i fatti suoi da sotto il suo culo. Alle fine, sono contento di avere assaporato anche questa esperienza. Bici in spalla e su a piedi come in tante immagini del Koppenberg. 






















































Da qui in avanti però il fondo pur rimanendo fangoso diventerà più pedalabile e le mie ruote galleggeranno sulle pietre spinte anche dagli incoragiamenti del pubblico che è veramente commuovente. Ti vede salire a meno di 10 all’ora forse, con le spalle che salgono e scendono provando a spingere anche loro la bici in avanti, e ti applaude, ti sorride. Domani i professionisti più forti saliranno per queste rampe a più di 20 all’ora.
Simone è in grande forma, chi di voi ci ha pedalato insieme negli ultimi tempi lo sa già, ed eccolo affrontare un muro dietro l’altro da grande passista, Alessandro in mezzo e io a chiudere. Gli passo ai due 13 e 10 anni, forse non è giornata, forse alla fine verrà fuori la mia “classe”, forse sono meno forte punto e basta.
















































































Ci ricompattiamo alla fine di ciascun muro o delle serie di essi che in alcuni casi la Ronde presenta.
Siamo attorno ai 220 km e ci aspettano ancora due tratti di pavè bellissimi, l’Oude Kwaremont, il più lungo coi suoi 2000 m senza pendenze impossibili e forse il più bello da affrontare perché ti lascia respirare e volgere lo sguardo oltre la ruota anteriore, e l’ultima stilettata, con un nome che comunica da solo rispetto, il Paterberg, brevissimo, 400 m soltanto, ma con punte al 20%. Se il Koppenberg l’ho associato alla Foresta di Arenberg, il Paterberg si trova alla fine, esattamente come il Carre Four de l’Arbre alla Roubaix. Ormai ci siamo, ma il forte Simone viene tradito dalla sorte. Prima dell’Oude Kwaremont fora, cambia la camera d’aria e poi compie un’azione che non avrebbe dovuto fare. Io e Alessandro montiamo tubolari e sapendo cosa ci aspetta li sgonfiamo il giusto per prendere in sicurezza l’ultimo muro, Simone decide si seguirci e gonfia meno del dovuto le sue camere in lattice. Ma quello che dà buoni frutti sui tubolari può essere pericoloso con le camere d’aria e viceversa. Quindi accade l’inevitabile, mentre noi ingnari proseguiamo e attacchiamo il Paterberg lui alle nostre spalle fora per la seconda volta, nuovamente sul pavè. E così, dopo che ci ha sempre preceduto su ogni dente di questa Ronde, ci troviamo a precederlo e tifarlo lassù in cima mentre ci raggiunge sorridente. 
Abbracci e quasi lacrime di felicità di essere a un passo dal compiere il nostro sogno. Il tratto che manca è veloce e tutto asfaltato. Invece no. Il vento freddo che per tutta la giornata ci ha accarezzati ora ci sta prendendo letteralmente a schiaffi e dobbiamo stringere veramente i denti per riuscire a mantenere una velocità dignitosa dietro Simon Boonen che sembra non accorgersi delle raffiche.
Tagliamo il traguardo insieme a Oudenaarde, mentre affermo che stavo iniziando a divertirmi, che la gamba aveva iniziato a girare fluida e che mi sarei fatto altri 30 km. Ma è vero, quando tagli un traguardo del genere insieme alla gioia per avercela fatta coesiste il dispiacere perché sia finita.
La birra fresca finale riuscirà a farci apprezzare anche la pasta alla “bolognese” presa al chiosco. 
Alla fine Bram ci scriverà che è stata la peggiore Ronde da lui mai corsa.

La sera siamo stanchi e ce ne stiamo a casa, cibo e birra non mancano per festeggiare.
Domenica andiamo alla partenza della gara, l’atmosfera è bella e il cielo sorride con un tiepido sole ai ragazzoni che si apprestano alla sfida. Il corridore da classiche è fisicamente diverso dall’immagine che abbiamo solitamente del ciclista, più vicino a quello di una ballerina di danza classica che a quello di una macchina di muscoli e intelligenza. Questi invece son proprio ben messi, bicipiti e tricipiti d’acciaio per non parlare delle gambe.
Partono anche loro, ma alle 10:30, col colpo di pistola.










Impegniamo la mattinata per musei e in quello che ci riesce sempre bene, cioè mangiare. Nel primo pomenriggio ci rechiamo nel negozio di bici Excellerbikes che ha allestito, come ogni anno, un grande schermo per vedere la gara . La platea  parla le principali lingue del ciclismo e lì incontriamo anche Dora e Luigi che è venuto apposta a Bruges per acquistare un telaio da pista in questo bel negozio. Grandi chiacchiere e storie di ciclismo, i commentatori della tv li sento persino dire Coppa Bernocchi (che conoscenza e amore per questo sport) per commentare la gara che stanno facendo davanti Kristov e Terpstra, il quale forse non si sta rendendo conto che sta servendo su un piatto d’argento la vittoria al norvegese. Alla fine, nel giorno di Pasqua è giusto che abbia vinto Kristov, anche perché, senza bisogno di un miracolo, ha mostrato di essere il più forte.

Leonardo

lunedì 8 dicembre 2014

PARIS - ROUBAIX CYCLO > 8 GIUGNO 2014.



Tutto ciò che avete sentito dire o letto sulla Parigi- Roubaix è vero. Sia di bello sia di brutto. 
Quando la si porta a termine non si può che stare con Franco Ballerini (sintetizzo col dire che ti entra nell'anima) ma sottoscrivere allo stesso modo l'odio espresso da Bernard Hinault al suo arrivo dopo averla vinta nel 1981.
Credo di poter dire che questa corsa fuori dal tempo e da ogni parametro di confronto costituisca un paradigma di cosa possa essere il ciclismo. Lo si può capire solo percorrendo i tratti più duri di pavé che diventano sempre più cattivi e dolorosi verso l'arrivo. La considero un paradigma perché mentre provi ad avanzare su un terreno duro di pietre infami e cerchi continuamente le traiettorie migliori per alleviare i dolori alle mani e alle braccia è inevitabile che il pensiero ti porti all'eleganza suprema dello "zingaro" Roger De Vlaeminck, alla potenza e rotondità della pedalata di un Tom Boonen e di un Fabian Cancellara. Non ho citato Eddy Merckx perché costui ha vinto su ogni terreno. E credo che il bellissimo film A Sunday in Hell di Jørgen Leth del 1976 lo abbia già spiegato bene (lo trovate facilmente su youtube o altrove da scaricare).




Per me è sempre stata la corsa di biciclette per eccellenza sin da quando ero bambino, da quando mio padre mi diceva che il più forte era De Vlaeminck che per me era il ciclista con la maglia delle "cicche" Brooklyn e che correva su una bici blu di nome Gios. E mio padre tifava per Felice Gimondi.
Partirò dalla fine e proprio da Gimondi.
Al termine della gara i ciclisti hanno la possibilità di fare la doccia nei bagni del Vélodrome di Roubaix dove la gara termina dopo un intero giro dell'anello della pista. Questo luogo è una versione termale del Santuario della Madonna del Ghisallo perché su ogni muretto in cemento che fa da spogliatoio è inciso il nome di uno dei vincitori della Roubaix. Proprio dopo aver finito la doccia, dove per azionare l'acqua si deve tenere tirata una catenella, un signore francese mi ha chiesto se ero italiano e poi mi ha detto che si ricordava benissimo quando da bambino (muovendo la mano in basso da destra a sinistra per indicare la sua statura di allora) vide Gimondi vincere la Roubaix. Sembrava veramente commosso, anche nel ricordare che l'anno prima il nostro corridore aveva vinto il Tour de France. Sono subito corso a cercare la placchetta per  fotografarla: GIMONDI F. Vainqueur 1966. L'anno della mia nascita.


























Sabato, il giorno prima, avevo deciso di saggiare il pavé provando uno dei primi tratti che avrei incontrato il giorno dopo: pavé Stablinsky (2200 m). Da "fissato" dei materiali volevo provare la pressione dei tubolari cercando e trovando nei dintorni dei tratti di pavè dimenticati per ora o forse padalati nel passato. È stato tutto subito chiaro: domani non si scherza. "La bici va lasciata andare impegnati solo ad accompagnarla e a darle trazione, i freni forse non servono quindi governa l'istinto".
La sera abbiamo cenato all'Hotel du Centre di Maretz a fianco di altri partecipanti,  molti neofiti e molti recidivi. Belgi soprattutto ma anche italiani, tedeschi, francesi, olandesi e anche spagnoli. L'acqua in genere qui costa più della birra e alla fine della giornata, motlo calda, ho totalizzato due litri. A un certo punto alla televisione dannò le previsioni del tempo e d'un colpo siamo tutti in ascolto della giornalista che ci informa che farà molto caldo. Due belgi, venuti in bici, 150 km per raggiungere la partenza e il giorno dopo 217 della gara più 50 per rientrare a casa, ci dicono che è favoloso perché si avrà il vento a favore. Bene, andiamo a dormire, proviamo almeno. Non prima di aver messo ai piedi del letto gli indumenti più leggeri per il giorno dopo. Nella sacca da lasciare alla partenza manicotti e giacche antipioggia.

Come ci siamo sentiti al risveglio delle 5 guardando dalla finesta della nostra stanza a Maretz la pioggia scendere abbondante dal cielo plumbeo? È stata una mezz'ora terribile. Un ripeterci che le previsioni meteo non potevano essere farlocche quanto i sondaggi elettorali. Non era accettabile oggi, 8 giugno 2014. Fu così che fatta colazione sotto una pioggia che finalmente andava lentamente scemando alle 6:15 ci siamo decisi a partire in bici. 10 km ci separavano dalla partenza, dove abbiamo lasciato lo zaino che avremmo ritrovato all'arrivo al Vélodrome, e bagnati siamo partiti.
Dopo dieci chilometri sotto la pioggerellina il tempo iniza a volgere al meglio e finalmente veniamo raggiunti da un gruppetto di fiamminghi, a cui subito io e Alessandro ci accodiamo; si socializza, qualche battuta e non ce la faccio a trattenermi: – Tom Boonen o Philippe Gilbert? TOOOM BOOOONENNN la risposta secca. Saranno loro a guidarci per quasi tutta la Roubaix e non avremmo potuto avere maestri migliori.
Vi assicuro che il primo impatto col pavé è qualcosa di spaventoso ma pian piano ci si prende la mano e può diventare un vero divertimento. Il primo tratto lo si incontra dopo una ventina di km, è il già citato Stablinsky, solo tre stellette. La bici inizia a sobbalzare, il manubrio è un martello pneumatico, e non ti resta che provare a diventare un tutt'uno con le ruote, il telaio, i pedali e avanzare spingendo e ammortizzando con le braccia quasi come se spronassimo un cavallo assecondandone il galoppo. I fiamminghi ci staccano subito, si producono in accelerate a cui noi, al nostro primo impatto con le pietre, non possiamo né riusciamo a rispondere. Questo primo tratto di pavé a un certo punto presenta una curva secca e procede in discesa: il fango ha invaso la strada e la mia ruota posteriore non solo slitta ma continua a sculettare terrorizzandomi per la paura di cadere.
Mi sono arrangiato fino al primo ristoro dove la prima cosa che ho fatto è stata quella di sgonfiare la ruota posteriore, portandola, al tatto, sotto le 7 atm.
Si riparte che è una meraviglia, ora riusciamo a non farci staccare più di tanto sul pavé dai nostri compagni belgi coi quali ci compattiamo sempre sull’asfalto.
Piccola considerazione sulla categoria degli “italiani”.
Ci è capitato di fare strada con un gruppetto di una societa sportiva nostrana, il cui capetto sui tratti di asfalto urlava e smaniava per alzare l’andatura sopra i 35 orari. Si dimenava come se stesse facendo il record dell’ora salvo poi piantarsi letteralmente appena riprendeva il pavé. A conti fatti percentualmente di pavé alla Roubaix se ne incontra 1 km ogni 4, quindi le sparate sull’asfalto servono a poco perché sulle pietre, con debite proporzioni, è possibile che la differenza sia la stessa che su una salita. Ovviamente mi riferisco a ciclisti amatori.
Ormai siamo presi, l’atmosfera è bellissima e finalmente arriviamo dopo 90 km al secondo ristoro. Finalmente perché è da qui che iniza la Roubaix. Sappiamo che ci attende immediatamente il mito, un tratto di strada tra i più leggendari della storia del ciclismo. Appena intravedo il “tunnel” della Foresta di Arenberg (cinque stellette) mi sembra di trovarmi in un incubo, in pochi istanti penso ai miei tubolari che portano lo stesso nome di questa strada, – Forse avrei dovuto montare i Franc Marie Boyaux da 27, quelli di Cancellara? Ma cazzo, altri 160 euro dopo aver preso i Veloflex! – Avrò fatto bene a usare le ruote coi mozzi Dura Ace o avrei dovuto usare quelle con i Dt Swiss? Affiorano le indicazioni avute da chi ha corso la Roubaix: – Prendila a tutta e mena, mena, mena, lascia andare la bici, i freni non usarli. Prima di infilarmici dentro, sono molto sentimentale ma solo al cinema e all’opera, confesso che stavo per piangere per la commozione, piangere sul serio. Ci entro a tutta, forse a quaranta all'ora, mentre l’immagine di Boonen, fermo con una ruota in una mano e la bici nell’altra che bestemmia perché l’ammiraglia non arriva, viene sempre più a galla. Questo tratto di 2200 metri è un monumento di pietre taglienti, senza curve e in impercettibile discesa. Mi sembra di galleggiare, la bici fila che è una meraviglia ma ho paura e rallento, e mano mano che le ruote iniziano a girare più lente incomincia una vera tortura, si è scossi come in uno shaker, ti senti preso a bastonate su tutto il corpo. Alessandro mi urla – Passa da questa parte! intendendo il largo tratto di terra battuta a fianco del monumento. Lo assecondo, per pochi istanti: – Cazzo Ale, siamo alla Roubaix, siamo venuti per fare la Foresta, i miei tubolari si chiamano ARENBERG! e un attimo dopo torniamo sulle pietre e a gran fatica ricomincio a spingere. Le sensazioni, almeno le mie personali, a livello epidermico (si legga brividi sulla pelle) sono più simili a quelle che si hanno durante una discesa piuttosto che durante una salita. In questo caso si spinge come muli, la fatica è tanta sicuramente, ma è quasi solo forza che serve. Sul pavé l’adrenalina è alle stelle per la paura, per la velocità che sembra amplificata, per l’estrema attenzione che si deve avere nel guidare la bici che va come “spronata” dandole continuamente trazione e spingendo col manubrio le ruote sul terreno e poi lasciandolo con un gioco morbido di braccia continuo. Se non si fa così la bici rallenta e sono cazzi perché ricomincia il tormento per il collo, le braccia, le mani, le gambe. Non serve il rapportone, senza arrivare al 53/46 dei Cancellara e Boonen, direi che il 53/39 va bene. Anzi, una certa agilità è la cosa migliore, pur trattandosi in sostanza di una corsa in pianura, il 53/17 o 19  sono le combinazioni che ho usato di più.
Gli spettatori che sono lungo la Foresta ti applaudono e ti incitano se sei sul tratto tosto, ti riconoscono, anche se non hanno il cronometro in mano, coraggio, forse perché sanno che sei arrivato fin lì proprio per correre quei 2200 metri di leggenda.
Usciamo dal tunnel infatti coi lucciconi agli occhi.




Siamo ormai “battezati” e da lì in avanti attendiamo i tratti di pavé senza alcun timore. Alessandro tira sull’asfalto e io gli dò il cambio sulle pietre. Abbiamo capito come cambiare traiettoria per sorpassare i ciclisti più lenti, come spostarci alla ricerca di strisce di terra pedalando al limite dei campi coltivati. Perché a un certo punto la “frollatura” muscolare provocata dal pavé inizia a farsi sentire, cerchi qualsiasi possibile ristoro per le mani e le braccia che sono le parti più sollecitate.  Assisti a cadute, scivoloni, sbandate stile comiche sul pavé che l’acque rende scivoloso come una saponetta.
Se la Foresta è il battesimo, la parte finale della Roubaix è la promessa della santificazione.
Gli ultimi trenta km dal centottantaduesimo al Vélodrome prevedono in sequenza il Pavé Gilbert Duclos-Lassale **** 960 m, il Pavé du Calvaire *** 500, il Pavé de la Justice **** - Pavé du Quênelet **** 1800, il Pavé de Luchin ***** - Pavé du Carrefour de l'Arbre ***** 2120, il Pavé de Gruson  1100 e il Pavé de Hem ** 1400.
Il tratto Pavé de Luchin - Pavé du Carrefour de l'Arbre cinque stelette per più di due km, ormai sotto il sole e a 30 gradi è un vero tormento per tutto il corpo, la stanchezza però non vieta ulteriori gioie, sai che sei quasi alla fine, che qui molti campioni hanno staccato i gruppetto con cui erano andati in fuga. E così l’affronti, con il cuore gonfio di felicità. Leggi la fatica negli spasimi degli altri corridori che non ce la fanno più, mentre tu li passi a tutta e a tua volta sei passato a tutta da nugoli di belgi fiamminghi che sembrano avere una trazione e una forza il doppio della tua, dei palmi delle mani di acciaio e una dimestichezza con la bici superiore (ciclocross, tanto ciclocross).



Confesso che dopo il tratto di Gruson (– C’est facile, on peut marcher sur le chemin en terre, mi dice il capofila dei fiamminghi che conosce il percorso come io conosco la strada da casa per andare a comprare i sigari), il Pavé de Hem, due sole stronzette di stellette, tutto curve senza scopo che non aggirano nulla, con l’asfalto messo peggio del pavé è stato il tratto peggiore per me, quello che ho sofferto di più e dove mi sono quasi arreso ai dolori ai palmi e a quelli sopraggiunti al collo. Ma ne esco vivo e faccio gli ultimi chilometri pedalando sulle nuvole e quasi imbambolato entro nel tempio Vélodrome de Roubaix, dopo essermi tolto i guanti, chiuso la maglia e tolti gli occhiali. Suona la campana, mi guardo intorno, ma un solo giro è troppo poco, vorrei che il tempo si fermasse.





Postilla.
Tecnicismi. Perdonatemi
A mio parere la Paris – Roubaix costituisce l’esaltazione della bicicletta in quanto strumento e dei componenti. Deve essere efficiente. Non è una gf come le altre, né è paragonabile all’Eroica. Chi la guiderà deve sapere che, insieme alla testa, non serve allenare solo le gambe, ma anche braccia, dorsali, addominali e lombari se non vuole restare una settimana catatonico dopo averla corsa.
Il mio mezzo:
Telaio Casati Laser su misura, acciaio Dedazero Replica, con serie sterzo esterna Chris King.
Guarnitura Dura Ace 53/39, pedali Speedplay.
Ruote con mozzi Dura Ace 32 fori, cerchi Ambrosio Nemesis “La Reine du Nord” assemblati da Fausto di Esposito. Tubolari Veloflex Arenberg 25 (addizionati di lattice Effetto Mariposa).
Ho visto decine di forature, soprattutto di ruote per copertoncini. Alla Roubaix non ci sono i chiodi per terra, ci sono le pietre, si fora per “pizzicatura”. Quindi o tubolari o tubolari…
Manubrio oversize: meglio avere maggiore appoggio per i palmi; nastro manubrio Brooks senza fori (non lo fanno più, è più consistente di quello coi fori), e due buoni guanti. Sella Selle Italia Storika Dogma, un oggetto sadomaso ma che alla fine ho preferisto alla Brooks Swallow che per tutta la primavera ho provato inutilmente a forgiare con gli ischi: scomoda era e scomoda è rimasta.
All’arrivo, dopo il giro di pista mi sono fermato e, non scherzo, la mia bici ha ricevuto i complimenti di una coppia francese: Ollallà! Regarde, Marie, une Casatì, il y a una Casatì! Quelle merveille!